Il nostro Carnevale.

Arrivo, anacronistica come al solito, ma consapevole del fatto che quando fra un po’ di tempo qualcuno leggerà questo “articolo” non farà sicuramente caso alla data, bensì al contenuto (mi auguro).

Vi racconto il nostro Carnevale, scritto maiuscolo perché è stata una vera festa! Noi, genitori della piccola Aurora, assieme a nonna Anelise abbiamo assaporato ogni minuto trascorso assieme a lei ed è stato davvero molto divertente vedere le reazioni delle persone che la osservavano travestita da… panettone! Ebbene sì, ho avuto una delle mie idee malsane, ma quando arrivano non posso evitarle: mi devo soggiogare ai comandi del mio cervello e debbo eseguire gli ordini che mi impartisce.

La premessa è che io non so cucire. Anche quando cerco di fissare un bottone a qualsiasi capo sono consapevole che il bottone (non il capo) avrà vita breve. Nonostante ciò, a causa di quanto esposto, ho dovuto subire le mie idee ed iniziare a confezionare (parolone, lo so) un bel vestitino per la mia piccola utilizzando un vecchio copriletto da me rovinato durante un’infelice sessione di stiratura (non addentriamoci, per pietà!). Riporterò le prove fotografiche delle varie fasi ed il risultato finale, in modo che possiate ammirare 🙂 con i vostri stessi occhi! Ovviamente il tutto è avvenuto di sera/notte mentre la cucciola dormiva. Il primo problema è stato capire le dimensioni. Avevo optato per un abito piuttosto ampio, in modo da lasciare lo spazio per indossare sotto una giacca invernale. Il risultato è stato… grande, molto grande… così grande che era abbondante persino per me! Ho appreso questo concetto alle 23.30 ed ho, quindi, ricominciato daccapo a disegnare, tagliare e cucire l’abito giusto per la piccola (e sono arrivate le 4 di notte)! Ho piegato in due il tessuto sfruttando la cucitura almeno per la parte superiore delle braccia ed il resto l’ho ultimato io, optando per del buon pannolenci (come appresi leggendo uno scritto della mia amica Angela) per evitare di dover anche cucire gli orli.

La gente ha apprezzato tantissimo l’idea e molte persone ci hanno più volte fermati durante la nostra “sfilata” chiedendoci il permesso di fotografare la bimba!

Ho voluto anche condividere questo momento molto divertente con gli -ormai- amici della Bauli, inconsapevoli di averci fornito parte del materiale per la maschera! Sono stati così contenti e gentili che ci hanno inviato una grandissima colomba (il dolce) da gustare a Pasqua ed ulteriori dolciumi deliziosi.

Ecco cosa hanno scritto sulla loro pagina Facebook dopo la pubblicazione delle foto: “Ciao Giorgia! Queste foto riempiono veramente il cuore. Da quando abbiamo visto questa foto tutto il team Bauli ha un sorriso da Verona fino a Trento! Un saluto a te e alla tua splendida, piccola Pandorina!”.

La soddisfazione, come immaginate, è stata immensa: primo perché Aurora si è divertita moltissimo, secondo perché sono riuscita a fare qualcosa con le mie mani ottenendo un riscontro decisamente non sperato. So che questo car… anzi Carnevale rimarrà per sempre nei nostri aneddoti e nel nostro cuore!

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Natale a gennaio.

Finalmente raccolgo forze ed idee per tradurre in parole le emozioni. Troppa l’attesa di vedere negli occhi di mia figlia lo stupore dovuto al Natale. Così, quando finalmente è arrivato, me lo sono perso; è corso via mentre cercavo ancora di assaporare la luce, il calore, il nostalgico sospiro rivolto al passato, anche in parte la consueta tristezza che racchiude in sé, oltre al suo primo vero significato.  Allora mi sono chiesta come recuperare  questa giornata fagocitata forse più delle altre dal senso del dovere. Dove troverò un’altra spiaggia salvifica alla quale approdare e sulla quale far riemergere la mia identità? In realtà mi è bastato guardare lei negli occhi ed il senso di tutto si è rimesso a fuoco da solo. Il proposito per questo nuovo anno, che altro non è che il prolungamento di quello passato è, in ogni caso, di cercare sempre questo posto, anche a volte con fatica. Affinché mia figlia possa pensare di avere avuto una madre che forse non ci è riuscita, ma almeno ci ha lavorato. Tanti auguri.

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Preferisco la guerra.

Non pensavo l’avrei mai detto, ma è così: se combatti contro il nemico ne sei consapevole. Ti adoperi per difendere il tuo Paese, ti sacrifichi eventualmente per la Patria. Ma se penso di portare in gita mia figlia a vedere la torre Eiffel non è possibile che rischiamo di non rientrare a casa perché voi avete stabilito di colpire a casaccio gli sfortunati che vi capitano a tiro. Non c’è ideologia, non c’è spiegazione, non c’è giustificazione che possa essere solo lontanamente plausibile. Se fossimo colpiti noi genitori lasceremmo i nostri figli orfani. Se fossero colpiti i nostri figli saremmo morti anche noi. Puntate dritto al cuore dell’ignaro inerme e magari figurate come eroi agli occhi dei vostri pazzi. voi scritto minuscolo perché non siete all’altezza, voi che non meritereste nemmeno di essere menzionati, voi che vi godete le reazioni di disperazione generate dalle vostre deprecabili azioni. Guardatevi dal vostro dio perché se siete a sua immagine e somiglianza mi aspetto che vi faccia lo sgambetto non appena vi distrarrete, magari mentre accompagnate i vostri figli in gita. Siamo in guerra, dunque? Preferisco i soldati che avanzano in trincea nella speranza di ritornare a casa sani e salvi ad abbracciare i propri cari. Almeno rispettano il valore profondo della Vita, almeno combattono per un ideale comprensibile. Quello che fate voi non si capisce, non può essere condiviso. Il vostro diktat è la violenza per diffondere il terrore. Vorrei rispondere che noi non ci piegheremo, ma è difficile non avere paura, soprattutto se sei garante di vite altrui. Preferisco la guerra perché saranno i soldati a difenderci da quelli come voi.

La funzione repeat.

È da un po’ che rifletto sul significato. Dell’inizio, della fine, di tutto quello che sta in mezzo, di cosa faccio per dare significato a quello che sta in mezzo, di come le soddisfazioni, l’amore, la ricerca, gli obiettivi possano essere tacitate, spezzato, interrotta, spenti. Chi stabilisce la misura della felicità? Chi è più felice? Chi più fortunato? Chi si merita di essere felice e fortunato? E soprattutto: chi non se lo merita? Sto cercando parole che in realtà non esistono. Vorrei crogiuolarmi in uno stato di vigilia perenne, vorrei poter imprimere nella memoria il panorama mozzafiato che osservo ora, vorrei che esistesse sempre la possibilità di pigiare “play” sul lettore della vita senza che il dvd a lungo andare si consumasse. Tutto può essere meraviglioso e sfuggire al contempo. Forse te ne accorgi quando hai dei figli. Forse te ne accorgi quando guardi un quadro e vedi che la cornice è incrinata.  Ma poi pensi che il quadro va vissuto e che va bene così.

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Amici e cartoni animati.

Gli amici sono come i cartoni animati. Alcuni li rivedi dopo un po’ di tempo e li ritrovi così come li avevi lasciati: stessa complicità, stessa coesione, totale assenza di imbarazzo, o di pensieri del tipo: “e adesso di cosa parleremo?”. Alcuni, invece, li rivedi e ti sembrano diversi, addirittura li scopri esteriormente differenti. Allora ti chiedi se non fosse un’altra la persona che avevi conosciuto e scopri, con dispiacere, che sono amici del passato e che forse non vi ritroverete più.

Così accade con certi cartoni animati: alcuni, come Heidi ad esempio, li rivedi da adulto e ti sembrano esattamente così come li ricordavi, addirittura riprovi le medesime sensazioni di decine (meglio non approfondire) di anni prima e riesci a sentirti nuovamente bambino (non che mi ci voglia molto). Altri li vorresti sconfessare, ti sembra impossibile che ti potessero piacere e che da bambino non notassi i molteplici difetti che scorgi ora. Così decidi che, a malincuore, non li guarderai più, altrimenti rischieresti di addormentare il bel ricordo che serbavi nel cuore.

Forse a volte prendere le distanze serve a non intaccare il passato. Così almeno quello rimane puro.

Preferirei, però, che tutti gli amici fossero come Heidi!

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Voglia di fai-da-te!

E rieccoci dopo due mesi di silenzio (d’altronde il fatto di aver chiamato questo blog “senza calzini” la dice lunga sulla libertà 🙂 )! Nel frattempo ho accumulato sensazioni ed energie che voglio tradurre in parole per voi (come siete fortunati!). Ho scoperto che la meravigliosa maternità che mi sta appassionando ormai da 18 mesi,  mi ha trasmesso una gran  voglia di eseguire lavoretti manuali. Non sapete la soddisfazione quando ho dipinto di verde le sedie da giardino (magari vi mostrerò la foto, anche se l’intervento – me ne rendo conto – non ha nulla di eccezionale) e, nella nostra pausa marina, ho deciso di realizzare due semplicissimi orecchini di… conchiglia. E allora via con le istruzioni!
L’occorrente? Subito detto: forbice, conchiglie, monachelle per orecchini.
È tutto molto semplice: con la punta delle forbici e con un po’ di pazienza praticate un foro in prossimità del bordo della conchiglia che avete selezionato. Poi non dovrete fare altro che infilare la monachella (l’anello in cima, che è regolabile) nel foro ed il gioco è fatto. Di seguito i passaggi fotografici:

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E questo è il risultato, su di me. Accontentatevi di questa povera modella!

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L’era dei ridicoli.

Stentavo a credere ai miei occhi quando ho visto per la prima volta in spiaggia un omino che mi proponeva un bastone telescopico per selfie. Nell’era degli smartphone, per definizione telefoni intelligenti, siamo noi umani a diventare sempre più stupidi. Qualcuno ha ideato un paletto al quale appendere il cellulare per riuscire a fotografarsi comodamente: ciò evita di  allungare le braccia smodatamente ottenendo la tipica prospettiva grandangolare (con facce deformate a pera)! Bene, complimenti a costui. Probabilmente il brevetto gli consentirà di guadagnare soldi a palate proprio perché l’era in cui viviamo è quella dei ridicoli. Essi circolano ovunque e si mimetizzano con i sensati. Come identificarli, dunque? Semplice: li puoi riconoscere dalle enormi borse che si tirano appresso per potervi inserire il paletto telescopico per selfie!

E arriva anche George.

Sì, lui, il grande George Michael non può mancare tra i miei preferiti. La sua voce è miele, me lo diceva anche nonna quando ero una ragazzina e lo ascoltavo “a palo”! Conoscevo a memoria i testi di tutte le sue canzoni ed è possibile che la sua musica abbia instillato nel mio animo l’amore verso particolari atmosfere musicali. Se non sbaglio era il 31 ottobre 2006, l’amico Walter ed io eravamo a Monaco all’Olympiahalle per assistere  al concerto del tour 25 Live con cui George celebrava 25 anni di carriera e la raccolta Twenty Five. Lo spettacolo a cui assistemmo fu straordinario e quando George uscì sul palco intonando Waiting (Reprise) commentai incredula tra me e me: “Ma allora esisti!”.

George è l’autore del brano che amo di più in assoluto, almeno in questo sistema solare. Esagero? Beh, provate ad ascoltarlo e mi direte! Freedom 90 è sicuramente una canzone senza calzini.

Higher ground.

Inauguriamo la sezione “musica” del blog. In realtà è la mia prima passione, la musica intendo e non so perché ve ne parli solo ora. Vorrei iniziare con i miei artisti preferiti. Oggi mi sento ispirata dai gruppi, quindi via di RHCP (Red Hot Chili Peppers)! Inizierei con una loro cover di un altro grandissimo cantante e musicista: Stevie Wonder. Il brano si chiama “Higher ground” ed è impossibile stare fermi quando lo si ascolta.

Ricordo associato: nessuno in particolare relativamente al brano, ma molti riguardo all’amico Diego che una marea di anni fa mi fece conoscere questo gruppo. Grazie.

Godetevelo tutto!

Ecco, però, l’originale: