Natale a gennaio.

Finalmente raccolgo forze ed idee per tradurre in parole le emozioni. Troppa l’attesa di vedere negli occhi di mia figlia lo stupore dovuto al Natale. Così, quando finalmente è arrivato, me lo sono perso; è corso via mentre cercavo ancora di assaporare la luce, il calore, il nostalgico sospiro rivolto al passato, anche in parte la consueta tristezza che racchiude in sé, oltre al suo primo vero significato.  Allora mi sono chiesta come recuperare  questa giornata fagocitata forse più delle altre dal senso del dovere. Dove troverò un’altra spiaggia salvifica alla quale approdare e sulla quale far riemergere la mia identità? In realtà mi è bastato guardare lei negli occhi ed il senso di tutto si è rimesso a fuoco da solo. Il proposito per questo nuovo anno, che altro non è che il prolungamento di quello passato è, in ogni caso, di cercare sempre questo posto, anche a volte con fatica. Affinché mia figlia possa pensare di avere avuto una madre che forse non ci è riuscita, ma almeno ci ha lavorato. Tanti auguri.

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Preferisco la guerra.

Non pensavo l’avrei mai detto, ma è così: se combatti contro il nemico ne sei consapevole. Ti adoperi per difendere il tuo Paese, ti sacrifichi eventualmente per la Patria. Ma se penso di portare in gita mia figlia a vedere la torre Eiffel non è possibile che rischiamo di non rientrare a casa perché voi avete stabilito di colpire a casaccio gli sfortunati che vi capitano a tiro. Non c’è ideologia, non c’è spiegazione, non c’è giustificazione che possa essere solo lontanamente plausibile. Se fossimo colpiti noi genitori lasceremmo i nostri figli orfani. Se fossero colpiti i nostri figli saremmo morti anche noi. Puntate dritto al cuore dell’ignaro inerme e magari figurate come eroi agli occhi dei vostri pazzi. voi scritto minuscolo perché non siete all’altezza, voi che non meritereste nemmeno di essere menzionati, voi che vi godete le reazioni di disperazione generate dalle vostre deprecabili azioni. Guardatevi dal vostro dio perché se siete a sua immagine e somiglianza mi aspetto che vi faccia lo sgambetto non appena vi distrarrete, magari mentre accompagnate i vostri figli in gita. Siamo in guerra, dunque? Preferisco i soldati che avanzano in trincea nella speranza di ritornare a casa sani e salvi ad abbracciare i propri cari. Almeno rispettano il valore profondo della Vita, almeno combattono per un ideale comprensibile. Quello che fate voi non si capisce, non può essere condiviso. Il vostro diktat è la violenza per diffondere il terrore. Vorrei rispondere che noi non ci piegheremo, ma è difficile non avere paura, soprattutto se sei garante di vite altrui. Preferisco la guerra perché saranno i soldati a difenderci da quelli come voi.

La funzione repeat.

È da un po’ che rifletto sul significato. Dell’inizio, della fine, di tutto quello che sta in mezzo, di cosa faccio per dare significato a quello che sta in mezzo, di come le soddisfazioni, l’amore, la ricerca, gli obiettivi possano essere tacitate, spezzato, interrotta, spenti. Chi stabilisce la misura della felicità? Chi è più felice? Chi più fortunato? Chi si merita di essere felice e fortunato? E soprattutto: chi non se lo merita? Sto cercando parole che in realtà non esistono. Vorrei crogiuolarmi in uno stato di vigilia perenne, vorrei poter imprimere nella memoria il panorama mozzafiato che osservo ora, vorrei che esistesse sempre la possibilità di pigiare “play” sul lettore della vita senza che il dvd a lungo andare si consumasse. Tutto può essere meraviglioso e sfuggire al contempo. Forse te ne accorgi quando hai dei figli. Forse te ne accorgi quando guardi un quadro e vedi che la cornice è incrinata.  Ma poi pensi che il quadro va vissuto e che va bene così.

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Amici e cartoni animati.

Gli amici sono come i cartoni animati. Alcuni li rivedi dopo un po’ di tempo e li ritrovi così come li avevi lasciati: stessa complicità, stessa coesione, totale assenza di imbarazzo, o di pensieri del tipo: “e adesso di cosa parleremo?”. Alcuni, invece, li rivedi e ti sembrano diversi, addirittura li scopri esteriormente differenti. Allora ti chiedi se non fosse un’altra la persona che avevi conosciuto e scopri, con dispiacere, che sono amici del passato e che forse non vi ritroverete più.

Così accade con certi cartoni animati: alcuni, come Heidi ad esempio, li rivedi da adulto e ti sembrano esattamente così come li ricordavi, addirittura riprovi le medesime sensazioni di decine (meglio non approfondire) di anni prima e riesci a sentirti nuovamente bambino (non che mi ci voglia molto). Altri li vorresti sconfessare, ti sembra impossibile che ti potessero piacere e che da bambino non notassi i molteplici difetti che scorgi ora. Così decidi che, a malincuore, non li guarderai più, altrimenti rischieresti di addormentare il bel ricordo che serbavi nel cuore.

Forse a volte prendere le distanze serve a non intaccare il passato. Così almeno quello rimane puro.

Preferirei, però, che tutti gli amici fossero come Heidi!

HEIDI

Voglia di fai-da-te!

E rieccoci dopo due mesi di silenzio (d’altronde il fatto di aver chiamato questo blog “senza calzini” la dice lunga sulla libertà 🙂 )! Nel frattempo ho accumulato sensazioni ed energie che voglio tradurre in parole per voi (come siete fortunati!). Ho scoperto che la meravigliosa maternità che mi sta appassionando ormai da 18 mesi,  mi ha trasmesso una gran  voglia di eseguire lavoretti manuali. Non sapete la soddisfazione quando ho dipinto di verde le sedie da giardino (magari vi mostrerò la foto, anche se l’intervento – me ne rendo conto – non ha nulla di eccezionale) e, nella nostra pausa marina, ho deciso di realizzare due semplicissimi orecchini di… conchiglia. E allora via con le istruzioni!
L’occorrente? Subito detto: forbice, conchiglie, monachelle per orecchini.
È tutto molto semplice: con la punta delle forbici e con un po’ di pazienza praticate un foro in prossimità del bordo della conchiglia che avete selezionato. Poi non dovrete fare altro che infilare la monachella (l’anello in cima, che è regolabile) nel foro ed il gioco è fatto. Di seguito i passaggi fotografici:

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E questo è il risultato, su di me. Accontentatevi di questa povera modella!

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L’era dei ridicoli.

Stentavo a credere ai miei occhi quando ho visto per la prima volta in spiaggia un omino che mi proponeva un bastone telescopico per selfie. Nell’era degli smartphone, per definizione telefoni intelligenti, siamo noi umani a diventare sempre più stupidi. Qualcuno ha ideato un paletto al quale appendere il cellulare per riuscire a fotografarsi comodamente: ciò evita di  allungare le braccia smodatamente ottenendo la tipica prospettiva grandangolare (con facce deformate a pera)! Bene, complimenti a costui. Probabilmente il brevetto gli consentirà di guadagnare soldi a palate proprio perché l’era in cui viviamo è quella dei ridicoli. Essi circolano ovunque e si mimetizzano con i sensati. Come identificarli, dunque? Semplice: li puoi riconoscere dalle enormi borse che si tirano appresso per potervi inserire il paletto telescopico per selfie!

E arriva anche George.

Sì, lui, il grande George Michael non può mancare tra i miei preferiti. La sua voce è miele, me lo diceva anche nonna quando ero una ragazzina e lo ascoltavo “a palo”! Conoscevo a memoria i testi di tutte le sue canzoni ed è possibile che la sua musica abbia instillato nel mio animo l’amore verso particolari atmosfere musicali. Se non sbaglio era il 31 ottobre 2006, l’amico Walter ed io eravamo a Monaco all’Olympiahalle per assistere  al concerto del tour 25 Live con cui George celebrava 25 anni di carriera e la raccolta Twenty Five. Lo spettacolo a cui assistemmo fu straordinario e quando George uscì sul palco intonando Waiting (Reprise) commentai incredula tra me e me: “Ma allora esisti!”.

George è l’autore del brano che amo di più in assoluto, almeno in questo sistema solare. Esagero? Beh, provate ad ascoltarlo e mi direte! Freedom 90 è sicuramente una canzone senza calzini.

Higher ground.

Inauguriamo la sezione “musica” del blog. In realtà è la mia prima passione, la musica intendo e non so perché ve ne parli solo ora. Vorrei iniziare con i miei artisti preferiti. Oggi mi sento ispirata dai gruppi, quindi via di RHCP (Red Hot Chili Peppers)! Inizierei con una loro cover di un altro grandissimo cantante e musicista: Stevie Wonder. Il brano si chiama “Higher ground” ed è impossibile stare fermi quando lo si ascolta.

Ricordo associato: nessuno in particolare relativamente al brano, ma molti riguardo all’amico Diego che una marea di anni fa mi fece conoscere questo gruppo. Grazie.

Godetevelo tutto!

Ecco, però, l’originale:

Il Walkabout dei ricordi ricostruiti.

E anche questa volta ritorno, come previsto e promesso, sul tema del Walkabout, inteso proprio come l’azione del girovagare. Oggi si tratta di una passeggiata che mi riporta su tracciati già compiuti mille e mille volte. Allora c’erano i nonni e senza esitazioni lasciavano che giocassi nel cortile del condominio in cui era inserita la loro abitazione. Giocavo con i bimbi del vicinato e non c’erano pericoli né dovuti al traffico dei veicoli né legati alla possibilità che qualche strano individuo si aggirasse nei paraggi. Erano altri tempi e si giocava a stregacomandacolor, le belle statuine, nascondino. La giornata era piena di emozioni, intensa, affaticante. I giochi li creavamo con la fantasia ed eravamo felici. Nonna Grazia con le sue mani d’oro preparava delle prelibate merende, ogni giorno diverse ed è in questa prospettiva della mia memoria che collocherei un elemento non reale: lo sciroppo di sambuco. Nonna non lo preparava e, dato il suo amore e la sua capacità di realizzare qualsiasi cosa in cucina, non mi so spiegare perché avesse omesso dalle sue ricette questa prelibatezza. Durante la mia passeggiata, mentre la mia piccola dorme, ho deciso di inserire questo elemento nei miei ricordi e di conferirgli vita passata. Così il cerchio si è potuto chiudere e, quindi, aggiungerei che mia nonna mi preparava uno sciroppo di sambuco dissetante e gustoso, come deve essere. Così, mentre cammino lungo la riva del fiume Adige ed inglobo il profumo di una miriade di fiori di questa pianta, decido di prepararne lo sciroppo, contatto la mia amica Angela e le chiedo la ricetta. Ho dovuto prepararlo due volte perché la prima, presa dalla foga di questa novità, non mi ero accorta della presenza di una poco invitante mosca e quando ho messo i fiori a macerare ho macerato pure lei! Sarà così che è nata l’omonima città delle Marche? 🙂

Non inserisco la ricetta perché è protetta da diritto di copia, ma vi assicuro che lo sciroppo è riuscito benissimo! Come in “Ritorno al Futuro” ho modificato piacevolmente il mio passato ed ho anche dato vita ad una nuova usanza da ripetersi nel corso degli anni a casa, in modo che, se mai sarò nonna, i miei nipoti possano testimoniare che quando erano piccoli preparavo loro dell’ottimo sciroppo di sambuco ed i loro ricordi saranno, perciò, ancora più dolci.

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